Il perimetro di un rettangolo o di un quadro (!) è dato dalla somma delle misure dei lati.

Ben poca cosa se si pensa al contorno di una tela. Forse è per questo che mi piace riempire quell'area di ulteriori linee (e spazi) così che, nell'illusione di un perimetro che si allunga, possa riposare quella di un'area che si dilata, spezzettandosi in domini diversi, regni di colore e pensiero, vuoto che diventa pieno, pieno che si svuota, sfondo che balza in primo piano, sfondo che non esiste più.

Lo sfondo: qualcuno dice che le figure non si possono vedere senza uno sfondo su cui campeggiare e che questo, quindi, è necessario, ma solo in maniera indiretta. Non sono del tutto d'accordo: così, lo sfondo chi lo guarda? Fatico a inserire le mie figure su uno sfondo ben preciso. Si trasformano, insiemi di linee, geometrie astratte, ma sempre disegno e lo sfondo sembra scomparire- o è tutto che, in questo modo, si fa sfondo?

È difficile rispondere a chi mi chiede quale sia il mio stile o la mia “cifra” o perché dipingo. L'unica cosa che mi sembra definisca i miei quadri, nonostante spesso siano scaturiti da un impellente bisogno di una comunicazione non verbale, immediata nel senso di “non-mediata”, urgente, è la necessità di creare dello spazio, “rubandolo” al vuoto. È anche per questo che, se la mia pittura non è veramente astratta, quando prende in prestito dalla realtà le forme dei miei cari (che spesso posano per me), si fa astratta, citazione, discorso, e mai emulazione, fedele copia di ciò che vedo. Ammiro gli iperrealisti ma non capisco l'iperrealismo. A me non interessa quello scavo nella realtà fino a renderla indistinguibile dalla sua rappresentazione. In questo sono rimasta la stessa che ero nell'infanzia, iniziata una mattina piovosa il 2 giugno del 1977, un'infanzia i cui pomeriggi sono stati riempiti da fogli sparsi insieme a matite e pennarelli e tempere, davanti mio padre che lavora, Mozart nell'aria, io indaffarata a scolpire nel bianco della carta immagini che esistevano solo dentro di me.

Cerco sempre (ma non sempre con successo) di sfuggire a ogni tentativo di catalogazione (magari è questa la spiegazione dei miei studi di matematica prima, e di lingue e civiltà orientali poi) così come trovo complicato fermarmi su uno stile ben preciso, su un linguaggio ben definito e, in ultima analisi, sulla definizione dell'arte (quale presunzione?). Però una cosa rappresenta per me il punto di partenza di ogni discorso sull'arte (e forse anche di arrivo): se la pittura non è tutto, tutto può diventare pittura.